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Il miracolo mancato
L’esito meno probabile alla vigilia era un sì della maggioranza all’accordo, quindi l’addio alla Ue il 29 marzo prossimo come stabilito per legge. Theresa May trionfa ed entra nella storia come la donna che dopo 46 anni porta fuori il Regno Unito dal blocco europeo. Altro che «I want my money back» della Thatcher 1984. Esito a cui però, nelle ultime ore, ha fatto finta di credere solo lei. La maggior parte degli osservatori considerava l’eventualità un miracolo. Che non si è compiuto.Il «no deal» una catastrofe per tutti, ma ora?
Il parlamento ha bocciato l’accordo, ma già prima tutti erano concordi sul fatto che arrivare alla fine di marzo con un «no deal» sarebbe stata una catastrofe per l’economia del Regno e l’intero Paese. È per questo motivo che mercoledì scorso il parlamento ha approvato una mozione con cui costringe la May a presentare un piano B entro tre giorni dall’eventuale bocciatura del 15 gennaio.
230 voti di scarto: quanto è dura la sconfitta di May
Alla vigilia del voto si era detto che molto sarebbe dipeso da come la signora May avrebbe perso: una sconfitta di misura o una batosta. La premier ha perso con più di 200 voti di scarto, va così definitivamente in fumo l’accordo con la Ue, forse anche il suo governo e la sua carriera come capo dei Tory e premier.
Poche ore prima del voto, alcuni commentatori politici giuravano di aver sentito la primo ministro dire che qualunque fosse stata l’entità della sconfitta, lei sarebbe comunque andata avanti perché il suo accordo «è l’unica opzione». Il che è plausibile vista la tenacia quasi ottusa con cui Theresa May ha affrontato i suoi due ultimi anni al potere ma una batosta è una batosta e questo dovrà pur valere, persino per lei.
Brexit rinviata
Come sarebbe possibile? Grazie ad una estensione dell’articolo 50 del Trattato che ha innescato la procedura di ritiro del Regno Unito dalla Ue. Semplicemente, il governo britannico - sia che May presenti le dimissioni sia che rimanga - avrebbe qualche mese in più per mettere a punto un testo che può essere approvato dal parlamento. Il rinvio sarebbe comunque limitato a pochi mesi, massimo fino a fine giugno perché il 2 luglio si insedia il nuovo Europarlamento e a quel punto i lunghi negoziati, il dettagliato testo, le dichiarazioni politiche, tutto diverrebbe carta straccia. La Gran Bretagna sarebbe costretta allo status quo quindi verosimilmente a rimanere nella Ue. Non a caso la May si è portata avanti e nelle ore prima del voto, ha agitato in patria lo spettro di rimanere legata alla perfida Bruxelles.
Perché la soluzione Norway plus è per ora da escludere
Prima di passare in rassegna altri scenari è bene precisare che una ipotesi che gira altrove è attualmente priva di fondamento, ovvero l’accordo non passa e si pensa ad una uscita sul modello Norway plus. Il modello norvegese sarebbe una Brexit ancora più morbida che per molti deputati e buona parte di britannici tradirebbe lo spirito stesso del referendum del 2016. La disfatta di May nasce in buona misura perché i suoi colleghi di partito volevano più Brexit e non meno, non questa versione a loro giudizio annacquata che umilia l’ex Impero.
Il modello Norway plus implica che il Regno Unito, come la Norvegia, non è membro Ue ma fa parte della European economic area, quindi resta nel mercato comune con ovvi obblighi anche per la circolazione delle persone. Certo tutto può accadere ma finora non sono state queste le condizioni politiche. Tutt’altro. Un ministro ha però confidato alla Bbc: «più la fanno lunga, più soft sarà la Brexit». Bisognerà vedere se si può arrivare alla morbidezza norvegese.
Un secondo referendum? Su cosa?
Da un anno si parla di un secondo referendum su Brexit che è la grande speranza degli europeisti britannici ed è decisamente esclusa da Theresa May e dal leader dell’opposizione Jeremy Corbyn. Simon Kuper, giornalista scrittore del Financial Times, ha messo in evidenza il fattore demografico nient’affatto secondario: i Remainer hanno chance di vincere un secondo voto se muoiono tanti Brexiteer quanti ne servono prima di nuove urne. Perché nel 2016 sono stati gli anziani a votare rabbiosi contro la Ue e i giovani a scegliere di rimanere: i secondi hanno solo il fattore tempo dalla loro parte, ma il tempo è comunque poco.
Altri anziani non eletti stanno invece pensando a una soluzione di mezzo: tornare alle urne per votare non di nuovo su Brexit ma sul risultato dei negoziati. Questa è la soluzione che gira alla Camera dei Lord - la camera alta del parlamento britannico che pur con i limitati poteri ha cercato in tutti i modi di rendere più innocuo possibile il ritiro dalla Ue. Questa soluzione supererebbe la grande obiezione dei Brexiteer e di Theresa May cioè che rimettere in discussione il referendum 2016 sarebbe un tradimento della democrazia, sovversivo addirittura.
Un governo laburista?Per cosa?
In Gran Bretagna si parla più dei tormenti dei Tory che delle spaccature nel Labour. Forse perché l’opposizione guidata da Jeremy Corbyn è compatta, anche se solo formalmente: i labouristi europeisti hanno perso il congresso annuale, è passata la linea del leader e della vecchia guardia cioè nel caso in cui l’accordo su Brexit non passi, Corbyn chiederebbe un voto di sfiducia per May e nuove elezioni politiche.
Jeremy il Rosso si vede già al posto della leader conservatrice ma cosa farebbe di diverso? Ha già detto che non chiederebbe un nuovo voto su Brexit perché dopo mille ambiguità ha infine ammesso di essere a favore del ritiro dalla Ue. Si tratterebbe così solo un passaggio di potere che non attenuerebbe anzi aumenterebbe la confusione di queste ore. Nonostante tutto, la Brexit ha un percorso definito, anche un eventuale leader laburista ne dovrebbe tenere conto. È però improbabile che Corbyn vinca un voto di sfiducia contro May e si arrivi a nuove elezioni politiche. Come se non bastasse, prima del voto alcuni deputati laburisti avevano candidamente ammesso pur nell’anonimato che avrebbero votato a favore del deal perché «stiamo per entrare nell’era della politica compra e vendi», si parla di transactional politics di cui Donald Trump è massima espressione. Ma questa è un’altra storia nella Storia.
]]>Secondo quanto riportato dalla Bbc, circa 100 deputati conservatori e 10 del Partito Unionista democratico potrebbero unirsi ai laburisti e alle altre forze di opposizione per votare contro l'accordo. In caso di bocciatura dell'accordo May avrà tre giorni di tempo per proporre un piano alternativo e secondo i media britannici, visto che una prima bocciatura è scontata, su questo piano B la premier è già al lavoro. Intanto dall'Unione Europea arrivano toni concilianti anche perché una Brexit senza deal rappresenterebbe una mina vagante anche sulla campagna elettorale delle elezioni europee, elezioni che contano sempre più anche per il riflesso che avranno sugli equilibri dei singoli governi nazionali
Ecco i numeri chiave della giornata di oggi. Eccoli:
1. Timing. Il voto avverrà questa sera dopo le 19 ora inglese perché dovranno essere votati prima gli eventuali emendamenti. Quindi l'attesa è per un voto tra le 20 e le 21 sempre ora inglese (21-22 ora italiana)
2. Con quali numeri perderà il governo? Analisti politici e operatori finanziari danno per scontato che l'accordo venga bocciato dal voto di oggi. La domanda chiave quindi è: con quali numeri perderà il governo? Questo dato determinerà sia il sentiment del mercato sia gli scenari successivi. Più di 100 parlamentari conservatori hanno già dichiarato prima di Natale che voteranno contro. Il team valutario di JP Morgan ritiene che se i voti contrari superano i 150 questa sarà una brutta notizia per la sterlina. Mentre una sconfitta con 50-80 voti contrari sarà una notizia positiva perché vorrebbe dire che alcuni aggiustamenti all'accordo sarebbero sufficienti. A votare saranno in tutto 639 parlamentari.
3) Tre giorni per rilanciare. Il governo avrà tre giorni lavorativi per offrire un piano B, quindi la dead line sarà lunedì 21 gennaio. La scelta del parlamento di fissare un paletto in termini di tempi è volta a evitare che ci si avvicini troppo alla scadenza del 29 marzo senza aver preso decisioni. Gli analisti si aspettano anche una veloce visita a Bruxelles della May in base alla magnitudine della sconfitta.
4) Cosa accadrà dopo. Gli scenari che si aprono dopo il voto di questa sera sono numerosi. Si parte dall'eventualità di un voto di sfiducia sul governo gi domani (Corbyn ha confermato che accarà, ma non ha detto quando), un secondo voto (se i margini con cui viene bocciato sono gestibili), il Parlamento spinge per un secondo referendum (sul piano stesso o sull'articolo 50), la preparazione di un piano per affrontare l'uscita senza accordo (il governo è fortemente contrario a questa ipotesi), un allungamento dei tempi oltre il 29 marzo, allungamento che peraltro è atteso anche se l'accordo venisse approvato perché non ci sono i tempi per i cambiamenti legislativi necessari ad affrontare l'uscita.
5. Occhio alla sterlina. Il mercato dei cambi sarà il primo a reagire e quindi andrà monitorato con attenzione. Mentre l'effetto sul mercato del credito si vedrà con l'apertura dei mercati domani.
Infine puù essere utile ricordare che il numero magico a cui aspira la May è 320 voti a favore. Infatti la premier ha bisogno di almeno 320 voti per vincere. In tutto siedono in parlamento 650 membri, ma 11 non prenderanno parte al voto. Questo vuol dire che restano 639 parlamentari e quindi ci vogliono 320 voti favorevoli per l'approvazione. I conservatori hanno 317 parlamentari, i Labour 257, il Partito nazionale scozzese 35, i Liberal democreats 11 voti e gli Unionisti 10 voti.
Per quanto riguarda invece la mozione di sfiducia al governo se questa passa a maggioranza ed entro 14 giorni non si riesce a creare un nuovo governo le camere vengono sciolte e si torna a votare. In Gran Bretagna è un evento raro. L'ultima volta che è accaduto fu nel 1979 quando venne fatto cadere il governo labourista di James Callaghan. A guidare i conservatori era Margareth Thatcher che riusci ad avere la meglio per un solo voto (311 contro 310). Si tornò alle urne e vinse la Thatcher.
]]>Quasi nessuno, sia chiaro, crede alla forzatura fino all'uscita dall'euro. Ma anche se nei giorni scorsi si è già affacciato lo spettro delle elezioni anticipate, l'opzione della «manipolazione» dei decreti, della denuncia alla Procura di una «manina» e la sceneggiata della crisi di governo non era ancora finita negli algoritmi degli analisti. Ora c'è anche questa. E, dunque, il tempismo perfetto tra la consegna della lettera Ue e i timori che insieme alla bocciatura del rating arrivi anche un nuovo avvertimento, con tanto di outlook negativo e l'apertura del varco verso la bocciatura successiva, ha portato ieri al risultato peggiore: «la rottura degli argini». Perché è questo il segnale molto chiaro arrivato dal mercato, a sentire le parole di un banchiere navigato che fino a ieri aveva mantenuto nonostante tutto un certo ottimismo. Del resto, anche nei giorni difficili dei numeri della manovra, lo spread Btp-Bund ha oscillato intorno a 300, con qualche cauto rientro a quota 290, e senza andare mai oltre 310. E non è poco, questo nella lettura dei mercati. L'«argine» dei 315 punti, però, è un altro affare. È una fermata considerata cruciale dalle banche, che ora non vedono più così lontana quota 350, a dispetto di chi a Palazzo Chigi è ancora convinto che non si sfonderà mai il tetto a 400.
Ieri la cronaca di una giornata difficile ha raccontato quanto speditamente lo spread ha rotto la soglia di quei 315 punti per poi chiudere a 327. Non si vedeva un tale premio per il rischio-Italia da marzo 2013. Lo spread a due anni ha rotto la soglia di 200 e quello a cinque anni di 300, come a maggio scorso, con il rendimento (3,21%) a un soffio dalla stessa scadenza dei titoli greci (3,48%). I decennali italiani sono così volati in chiusura a un rendimento del 3,67%, mai più visto dal 2014. E tutto questo è accaduto mentre il Tesoro riacquistava 3,8 miliardi di un Btp Italia in scadenza ad aprile 2020, emettendo per un pari ammontare (e più del previsto) Btp con scadenze lunghe, fino a 10 e quasi 30 anni. Anche Piazza Affari, la peggiore in Europa, si è affrettata a prendere atto perdendo l'1,9%. Per le banche è stato un altro massacro: da Bpm (-5,7%) a Mps (-2,5%) da Intesa Sanpaolo (-3,3%) a Unicredit (-3,4%). Oggi tutte le banche italiane, insieme, non raggiungono la capitalizzazione di Hsbc, la maggior banca Ue, distanziata per 33 miliardi.
I prossimi giorni rischiano di essere ancora più duri per l'Italia, tra l'ultimatum Ue e il verdetto di Moody's, fissato per il 26 ottobre, quando probabilmente scioglierà la riserva anche S&P's. Per gli esperti di Natixis c'è una probabilità del 10% che Moody's oltre a decidere di abbassare il rating mantenga anche l'outlook negativo. Ma in questo caso, dice, «lo spread può arrivare a quota 400 già a marzo del 2019».
Anche nel mondo delle imprese crescono i timori. «La relazione del presidente di Assolombarda esprime bene le preoccupazioni delle nostre imprese per le scelte di politica economica del governo. Gli imprenditori chiedono provvedimenti capaci di stimolare uno sviluppo reale dell'economia, in un contesto dove per rimanere competitivi servono chiarezza di visione e rapidità di azione», ha detto Marco Tronchetti Provera, ad di Pirelli, in merito all'intervento del presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi. Questi aveva esordito precisando che «le stime di maggior crescita del Pil del governo non sono credibili e il debito continuerà a salire. Il punto è che il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento: il dividendo che cercano è evidentemente elettorale e non della crescita».
I listini europei aprono in timido rialzo, dopo una giornata contrastata in Asia. Milano è la migliore con un guadagno dello 0,9%. Incerte le altre: Parigi e Francoforte sono poco sotto la parità, Londra poco sopra. "Al momento le posizioni difensive" sui mercati "sono legittimate", ha spiegato Sean Fenton di Tribeca Investment Partners a Bloomberg. Sulla guerra commerciale, "i mercati speravano che arrivasse qualche concessione, con l'approssimarsi delle scadenze" sull'entrata in vigore delle tariffe, "ma c'è effettivamente stata una escalation". Questa mattina, la Borsa di Tokyo ha registrato un rialzo dello 0,3% mettendo così fine a una serie negativa che durava da sei sedute. Altrove le tensioni si sono fatte sentire maggiormente: Shanghai cede nel finale un punto percentuale e Shenzhen l'1,5%. In evidente calo verso la conclusione degli scambi anche Hong Kong (-1,1%), mentre Seul si è mossa in leggera crescita in linea con Tokyo. Piatta Sidney (-0,03% finale.
Anche dal fronte macroeconomico si registrano numeri positivi per l'economia del Giappone, con il Pil del secondo trimestre dell'anno cresciuto dello 0,7%. Il dato è stato rivisto al rialzo rispetto al +0,5% inizialmente reso noto su base trimestrale. Su base annua, la crescita è stata del 3%, rispetto al +1,9% precedentemente comunicato e al +2,6% atteso e al record in oltre due anni. A incidere positivamente, tra le varie componenti, le spese in conto capitale, che sono balzate al valore più alto dal primo trimestre del 2015, al tasso del 3,1%. I prezzi al consumo e alla produzione in Cina sono rimasti fermi ad agosto, sulla scia della guerra commerciale con gli Stati Uniti. L'indice dei prezzi al consumo è però aumentato del 2,3% annuo, sopra le attese e dopo il +2,1% di luglio.
L'euro apre in lieve calo a 1,154 dollari, mentre lo yen è stabile in area 110,9 sul biglietto verde. In attesa della stretta Fed, in settimana la Bce sarà la prima delle grandi Banche centrali a riunire il proprio board, per prendere atto della situazione corrente e stabilire le strategie di breve e medio termine: giovedì 13, al termine dell'incontro, è prevista la consueta conferenza stampa del governatore Mario Draghi. Al quale, in vista di fine mandato nel novembre 2019, potrebbe succedere Erkki Liiknanen, governatore della Banca di Finlandia sempre più indicato come papabile. Lo spread tra Btp e Bundtedeschi, secondo la piattaforma Bloomberg, si riduce verso quota 250 punti base, restringendosi di oltre dieci punti, dopo le parole del titolare della Finanze Giovanni Tria, che da Cernobbio ha rimarcato come non voglia fare nuovo deficit per poi spesare interessi sul debito più alti. Il rendimento del decennale italiano scende al 2,9%.
Il petrolio torna a salire in Asia mentre gli investitori si concentrano sulle future sanzioni statunitensi sul greggio iraniano. Il barile Wti, con consegna a ottobre, è aumentato di 34 centesimi a 68,09 dollari negli scambi elettronici in Asia. Il barile di Brent, riferimento europeo con consegna a novembre, ha guadagnato 45 cent a 77,28 dollari. I mercati sono in attesa di informazioni sulle sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano, che dovrebbero entrare in vigore a novembre. L'oro è invece in calo sui mercati. I dati del mercato del lavoro Usa della scorsa settimana, che spingono la Federal Reserve Usa verso una ulteriore stretta monetaria, fanno perdere appeal alle quotazioni, viste come tradizionale bene rifugio. Il metallo con consegna immediata cede così lo 0,2% a 1194 dollari l'oncia.
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